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Daniele Guidetti

Figlio d'arte, laureato al DAMS di Bologna, Daniele Guidetti offre venti anni di esperienza nel campo della fotografia. Fotografo di sfilate, ha seguito e continua a seguire i più importanti eventi in ogni parte del mondo da Milano a New York, da Parigi a Rio. Collaboratore della rivista ShowDetails di cui è capo fotografo, da circa dieci anni ha arricchito il suo profilo professionale con l'attività di fotografo di studio.



IL PADRE, LA MODA, LA PASSIONE
Daniele Guidetti intervistato da Canon Europe

Bella storia, quella di Daniele Guidetti (il professionista della settimana), trova la fotografia in casa e se ne innamora solo dopo l’approccio con la moda. Da lì in poi sarà passione pura, che lo porterà ad abbracciare l’immagine da più parti: sia a livello creativo, che imprenditoriale.
Incontriamo Daniele nella sua (nostra) Bologna, sedendoci a tavola: come si conviene in quella città. Parliamo di fotografia, ma anche di cibo, amici, pallacanestro. E’ un mondo che riaffiora, tra i fasti del passato (cestistico, per lo più) e i cambiamenti dell’oggi. Manca la nostalgia, questo sì: quella retorica, per intenderci. Un canestro “da 4” non è la pellicola, ma un momento di vita; che potrebbe comunque riproporsi in altra veste: da raccontarsi allo stesso amico, magari nel medesimo ristorante.
Bologna sa aspettare, almeno ciò in cui crede: lavorandoci pure sopra. Daniele incarna questa filosofia, appieno. Lo immaginiamo col Padre, mentre cambia i rullini durante le sfilate. Solerzia da un lato e pensieri altrove dall’altro: forse verso quel cinema che l’ha fatto studiare (e sognare) la notte, fino alla laurea al DAMS.
Subito dopo, gli scatti in studio, le luci, le inquadrature: un mondo che si apre per Daniele e le sue aspettative. Da lì in poi sarà passione, ma anche ricerca; e lo sviluppo di un’anima imprenditoriale. Il nostro trova una propria dimensione locale, ma anche internazionale: viaggiando molto tra Europa ed USA.
Il colloquio finisce in tarda serata, dopo alcuni scatti e la prova della neonata Mark IV. Daniele ci parla dei suoi prossimi impegni (Parigi, Londra, New York) ed anche delle rinnovate aspirazioni. La fotografia ormai la guarda dall’alto: con l’aereo ed anche nella produzione; perché la sua azienda cura tutto: dal ritocco, alla prova colore, fino alla messa in macchina. Ritorna però a Bologna, Daniele: quando può e perché deve. La città dei canestri non ancora dipanato i suoi racconti, nell’attesa di quanto sarà.

Lo ringraziamo da subito per il tempo e le immagini che ci ha voluto dedicare.

D] Daniele, come hai iniziato e perché?

R] Ho iniziato perché dovevo farlo, per forza; da subito presso i minilab dei negozi di mio padre. Lui era impegnato nella moda ed io lo seguivo solo a Milano, dove io fungevo da assistente: in pratica, gli cambiavo i rulli.

D] La passione è nata dopo?

R] Gli inizi li puoi immaginare: all’inizio c’era solo l’imposizione. Non che la fotografia mi desse fastidio, ma il mio sogno era quello di lavorare da regista. Ecco perché studiavo la sera, autofinanziandomi ed appoggiandomi alla nonna.

D] Il DAMS faceva parlare di sé, soprattutto quando ti sei laureato tu …

R] Beh, ho studiato con Umberto Eco. Ricordo anche la tesi che portai a termine: un lavoro iconografico sperimentale. In pratica, ho condotto una comparazione tra i disegni della commedia dell’arte (‘500 – ‘600) e le fotografie di un’opera teatrale del ‘900. La mia fatica ebbe moltissime citazioni.

D] Torno alla passione, quella per la fotografia …

R] E’ nata dopo i primi scatti in studio, perché in sfilata il tuo ruolo è relegabile a quello di un reporter. La moda per me era (ed è) un’altra cosa: taglio, luce ed inquadratura su tutto.

D] Quali sono le qualità più importanti, che un fotografo di moda deve avere?

R] Bisogna essere tecnicamente molto preparati, in caso contrario non si emerge: soprattutto con la tecnologia oggi a disposizione. Occorre poi una predisposizione caratteriale, tendere verso l’estroverso: perché il fashion è così; mai uguale a se stesso e sempre diverso.

D] C’è voglia di cinema nelle tue immagini …

R] E’ vero, in alcune sì.

D] Il DAMS ti è stato utile?

R] Sì. Innanzitutto la cultura, poi anche un gran bagaglio di conoscenza. Magari non lo applichi subito, però a tempo debito salta fuori. Senza che tu te ne renda conto.

D] Hai iniziato con la pellicola?

R] Ovvio

D] Qualche rimpianto?

R] No, se non per il fatto che si è allargato a dismisura il numero di coloro che si rivolgono professionalmente alla fotografia. Del resto, la pellicola, con le sue difficoltà, costituiva un balzello all’ingresso importante. Diciamo che professione fotografica è stata un po’ martoriata. Oltre a ciò, nulla contro il digitale: che peraltro mi ha aiutato in diversi ambiti.

D] Cioè?

R] Sono riuscito a creare uno studio, con il quale riesco a offrire servizi come pochi sono in grado di fare. Io, ad esempio, consegno i look book due giorni dopo la sfilata! Possiedo al mio interno una struttura molto valida: sei persone, tutte focalizzate al lavoro. Diciamo che abbiamo allungato la catena del valore, fino alla stampa fotografica (che seguo personalmente) o a quella tipografica (che demando a persone esperte): quest’ultima dalla prova colore, fino all’avviamento macchina.

D] Qual è stato il ruolo della figura paterna? Al di là dell’imposizione, intendo?

R] Direi molto importante, anche perché (lo sottolineo) il volere di mio padre non mi risultava così fastidioso.

D] Diciamo che tuo padre ti ha aperto le porte …

R] Esattamente. Mi ha permesso di entrare in un mondo, dal quale è nata l’opportunità dell’azienda che vedi, costruita attorno a tante persone che lì vivono e lavorano. Certo, non sempre le nostre idee correvano di pari passo; come dire: abbiamo avuto i nostri contrasti. Ma per un ragazzo di vent’anni imporsi risultava difficile. Alle volte mi sono detto che se ne avessi avuti trenta forse adesso saremmo stati miliardari, ma è il senno di poi. Certo è che il mio sguardo era più avanti, verso un’altra visione.

D] Si può essere “artisti” e imprenditori al tempo stesso?

R] E’ una domanda che mi hanno posto in molti: io ci sono riuscito.

D] Vent’anni di carriera: c’è un progetto che è rimasto indietro e che comunque desideri portare a termine? O anche semplicemente una foto (la più bella) che non hai ancora scattato, ma che è già nelle tue idee?

R] Del mio sogno ti ho già detto: volevo fare il regista. Dopo vent’anni, mi sono riposizionato sul fotografo di scena. Un film però lo costruirei volentieri, magari con Pupi Avati: bolognese come me. La foto più bella? C’è già ed è alle tue spalle: quelli sono i miei figli, ritratti qui in studio.

D] Vedo spesso la sorgente luminosa come soggetto ed anche il ricorso al mosso: tutto voluto, ovviamente?

R] Sì e mi viene anche naturale. Nelle sfilate non c’è molto, a livello scenografico, intendo. Se riesco a trovare qualche elemento aggiuntivo: perché non aggiungerlo? Il mosso mi piace, inutile nasconderlo: restituisce all’immagine un gusto pittorico.

D] Non sono molti i fotografi, tra quelli delle sfilate, che si dedicano al mosso …

R] Beh, io sono molto presente, anche dopo l’evento topico. Non vado alle feste, né esco più del necessario. Il lavoro mi assorbe completamente, per cui ci sta anche un po’ di sperimentazione.

D] Qual è il rapporto con i colleghi?

R] Pessimo, particolarmente durante le sfilate.

D] Perché questo?

R] C’è una rivalità dirompente. Rischi che l’assistente ti porti via i Clienti. Una volta si lavorava per 50 milioni in più o in meno, adesso per la sopravvivenza.

D] E’ la crisi?

R] Diciamo che si è abbassato il livello delle persone (fotograficamente, intendo), anche la preparazione.

D] E il merito conta poco …

R] Esattamente.

D] L’impresa, quella che hai costruito, l’avevi già in mente?

R] Diciamo che era quella che pensavo. E non è ancora finita. Vorrei mettere in piedi una scuola di fotografia: con tanto di corsi teorici e pratici. Diciamo un corso di fotografia applicata.

D] Manca molto alla fine di questo progetto?

R] Vorrei portarlo a termine con l’Università.

D] Mi parli di Università: quale è stata la tua formazione: oltre il DAMS, ovviamente?

R] Credo di essermi formato a tutto tondo. Agli inizi, ho frequentato un corso alla John Kaverdash di Milano, questo su consiglio di un nostro fornitore (Elio Papagna, Studio import).Ogni sabato mattina, partivo da Bologna per andare a Milano. Ho poi operato nello sviluppo e stampa, nello still life, anche nell’ambito dei matrimoni. Dimenticavo, per tre anni ho anche ripreso (video) le gare do off shore dall’elicottero.

D] Ritratto?

R] Con i bambini. Ogni tanto organizziamo una “giornata da modelli”, dove invitiamo i genitori a far posare i loro figli. Distribuiamo a proposito tanti volantini in giro per la città. Lavorare con i bambini è molto bello.

D] Vedo spesso una luce laterale …

R] Hai notato bene: è l’illuminazione che preferisco. Del resto ti permette di eliminare alcuni difetti tra i modelli.

D] Tornando alla tua passione (e professione): cosa credi ti abbia colpito della moda per farti scattare la molla?

R] Ogni cosa è sempre nuova: non solo in fotografia. Anche se stai lavorando su delle cose normali, nulla è mai uguale alla volta precedente. Questo vale anche per gli stilisti e tutti gli altri operatori del settore.

D] Hai avuto dei modelli ispiratori?

R] Non guardo più nessuno, perché ho paura di venirne condizionato. Ricordo una campagna meravigliosa di Testino e riconosco a Steven Meisel il ruolo che ricopre.

D] Ti sei già attrezzato con una EOS 1Ds Mark IV …

R] Vero, ma possiedo tutte le Canon professionali.

D] Abbiamo visto: quali sono le tue ottiche ideali?

R] Nelle sfilate, uso preferenzialmente il 300 f/2,8. Il 70 – 200f/2,8 (molto versatile) è importante per quando faccio cataloghi. Naturalmente possiedo molte altre ottiche, tra cui il 24 – 70 f/2,8: anch’esso molto pratico.

D] Canon ti ha aiutato nella tua carriera?

R] Molto, particolarmente per la qualità dell’immagine. Io ho dei collaboratori che mi fanno post produzione: da loro è venuta la segnalazione di questa qualità.

D] In sfilata usi l’AF servo?

R] Sì, ma non faccio raffiche: pur dovendo ritrarre la figura intera, gli accessori e le parti del vestito che possono essere interessanti.

D] Scatti in RAW?

R] Non sempre, solo per i cataloghi più importanti. In genere mi basta la qualità “L”.

D] Il ritocco?

R] E’ tutto nostro. Come hai visto, abbiamo 4 stazioni che operano in continuazione.

D] Le quattro stazioni hanno funzionalità differenti? Logiche diverse?

R] Dipende dal lavoro: il più complicato viene indirizzato alle persone maggiormente esperte, ma tutti debbono sapere fare tutto: anche in previsione di eventuali picchi di lavorazione.

D] B/N o colore: cosa preferisci?

R] Un monocromatico molto contrastato.

D] Che tipo di donna esce dai tuoi scatti?

R] Sexy, come deve essere: questo per dire anche la più bella possibile, come una donna vuole essere a qualsiasi età.

D] Tu organizzi periodicamente “Un giorno da modelli” con i bambini: come sono dietro l’obiettivo?

R] Belli e difficili. Non è una questione di specializzazione e neanche di voglia (tua), ma solo di tempo: sempre poco al cospetto di un soggetto che non s’interessa a quanto sta facendo. In genere sono i genitori a portarli, spesso anche i nonni. Devi entrare nella loro fiducia, farteli amici; poi, non insistere se non sei nelle loro grazie. Per le bambine è un po’ diverso, perché per vanità si calano un po’ di più nella parte.

D] Anche tu ti dedichi al ritocco durante le sfilate?

R] I lavori urgenti li processiamo subito, ma io opero solo la scelta: il ritocco lo fanno i miei collaboratori.

D] Parlavamo di arte ed impresa, almeno nel tuo caso. Qual è il lavoro che richiede competenze manageriali e quale quello che prevede maggiore creatività?

R] E’ presto detto. Nelle sfilate occorre organizzazione, perché ti muovi in equipe ed il gruppo deve essere gestito; per i cataloghi, la creatività è essenziale.

D] Entriamo nell’operativo. Devi partire per una settimana della moda: cosa ti porti dietro?

R] Un’ottica corta, per il backstage; poi un 70-200 e un 300 f/2,8. Circa gli accessori: un mono - piede (essenziale) ed un flash (il 580). Imbarchiamo in aereo una cassa per gli accessori, mentre negli zainetti (bagaglio a mano) mettiamo macchine e ottiche.

D] Quante persone ti porti dietro?

R] Due assistenti: un fotografo ed un altro dedito alla post-produzione.

D] Quali sono i rischi che si corrono durante gli scatti in passerella?

R] Si può perdere un capo (dedico 7-8 scatti ciascuno) o anche leggere male la luce (oggi molte illuminazioni sono miste).

D] Usi il flash in passerella?

R] Mai, se non per le scarpe: che possono risultare poco illuminate (essendo in ombra). Si scatta a 1000 ISO e via.

D] Succede che un flash di un collega ti entri nello scatto?

R] Capita sovente e non hai rimedi.

D] Gli organizzatori come si comportano con voi?

R] Dipende: alcuni bene, altri male. Il muro di fotografi può sembrare super popolato, ma fa parte dello spettacolo, e tutti lo sanno bene (Armani su tutti).

D] Sogno (o foto) nel cassetto?

R] Te l’ho già detto: diventare direttore della fotografia in un team cinematografico. Per il resto, mi piacerebbe costruire una campagna per uno stilista importante.

D] Se potessi farti un augurio, cosa ti diresti?

R] Vorrei offrire la tranquillità a quanti lavorano con me: il che vorrebbe dire fatturare di più.

Grazie a Daniele, per il tempo dedicato e le immagini messe a disposizione.

Mosé Franchi